Sicilitudine

Salvo Musumeci

Nato a Santa Venerina (Ct) nel 1958, dove opera e risiede abitualmente, oltre agli studi Umanistici ed Artistici, Maturità Classica, Maturità Magistrale, Diploma di Magistero Musicale, ha conseguito la Laurea in Scienze Politiche, prediligendo l’approfondimento delle materie storico-sociali.

Docente nella scuola dell’obbligo, svolge anche attività didattico-musicale e di giornalista. È iscritto alla SIAE (come Autore e Compositore) ed all’Ordine dei Giornalisti di Sicilia.

Molte sue composizioni sono state incise, date alle stampe ed utilizzate come commento musicale di cortometraggi culturali (documentari). Suoi saggi storici sono stati pubblicati su diverse testate giornalistiche siciliane e italiane.

Ha realizzato diverse monografie, “Il Movimento per l’Indipendenza della Sicilia” ed. L’Altra Sicilia – Bruxelles; “Tra Separatismo e Autonomia”,  Armando Siciliano Editore – Messina; “Voglia d’Indipendenza” Storia Contemporanea della Sicilia, Armenio Editore – Brolo (Me); Conoscere Santa Venerina (coautore Salvatore Raciti).

Docente di Storia Contemporanea del Meridione e di Storia della Sicilia, collabora con il prof. Mauro Canali, Ordinario all’Università degli Studi di Camerino (Mc), nella costante ricerca di nuove fonti documentali; e con il Dipartimento Storico della stessa università.

È stato (ed è) Presidente o Direttore Artistico di Associazioni Culturali. Consulente di Compagnie Teatrali, di Comitati Festeggiamenti, di Enti Pubblici.
Presidente di squadre di calcio agonistico-amatoriali.
Ha lavorato nel mondo dello spettacolo come orchestrale, attore, presentatore e agente teatrale. Conduttore di programmi radiofonici, ha preso parte anche a trasmissioni televisive.

Maestro Direttore e Concertatore, dirige la “Royal Horchestra” (orchestra sinfonica), il corpo musicale bandistico “Orchestra d’Armonia della Contea” e la Cappella Musicale “Sant’Andrea Apostolo” di Milo.

Impegnato politicamente, ha partecipato nel 1996 all’esperienza della “Federazione Noi Siciliani”, militando successivamente nell’Fns di cui è stato Vice Presidente Nazionale.

Eletto Consigliere Indipendentista (Fns) al Comune di Santa Venerina, nel 1998, ha ricoperto la carica di Vice Presidente e di Presidente ff. del Consiglio Comunale. In tale veste, interpretando la Legge Bassanini sulle Autonomie Locali, in data 30 marzo 1999  – 717° Anniversario del Vespro – ha proposto e sollecitato l’approvazione della Delibera Consiliare n. 25/99 per l’esposizione del vessillo giallo-rosso della Regione Siciliana sotto forma di bandiera, davanti alle sedi istituzionali del Comune. L’atto deliberativo, inviato al Presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana, on. Nicola Cristaldi, fu uno dei principali input che portarono alla stesura ed approvazione della Legge 4 gennaio 2000 n. 1: “Adozione della bandiera della Regione Siciliana”.

Dal giugno 2003 al gennaio 2007, è stato Vice Sindaco ed Assessore alla Cultura, Sport, Turismo e Spettacolo, ed ha ideato ed istituito il Premio Internazionale di Giornalismo “Maria Grazia Cutuli” coorganizzato con il Corriere della Sera.

Leader del Movimento per l’Indipendenza della Sicilia (fondato da Andrea Finocchiaro Aprile, nel 1943), nel 2004, insieme ad altri indipendentisti, ha rivitalizzato il Movimento, riportandolo alla politica attiva e guadagnando presenze istituzionali (Consiglieri Comunali, Sindaci, Vice Sindaci ed Assessori) in diversi Comuni siciliani.

Dirigente Scolastico ff. del Circolo Didattico di Santa Venerina, nell’anno scolastico 2010/2011, ha promosso il corso – primo in assoluto dopo l’approvazione della L.R. 18 maggio 2011, e precedendo persino la definizione degli indirizzi attuativi da parte dell’Assessorato regionale –, di aggiornamento e formazione per docenti di scuola primaria e secondaria di I grado “Conoscere per riconoscersi”, approccio tematico e metodologico per la “Promozione, valorizzazione della Storia, della Letteratura e del Patrimonio Linguistico siciliano nelle scuole”.

Contatti:
maestromusumeci@tiscali.it
Cell. 339 2236028



Sicilitudine… per conoscere e riconoscersi…

Una damnatio memoriae impera da oltre 150 anni sulla Sicilia e i siciliani, consolidando l’assunto che l’Isola sia sempre stata una colonia con un popolo incapace e sottomesso. Insomma un popolo di vinti (sic!).

Di conseguenza è risultato facile ridurre i lemmi Sicilia e siciliani a sinonimi di povertà economica, culturale e spirituale; arretratezza; sottosviluppo… e se poi si aggiunge mafia e mafiosità, non rimane più nulla di salvabile.

Per cancellare un popolo basta togliergli la lingua parlata e la memoria storica: perderà l’indentità e l’orgoglio di essere. Infatti, abbiamo perso tutto! Siamo stati deculturalizzati, desicilianizzati, colpevolizzati e forzatamente italianizzati; e tutto ciò è avvenuto con la complicità della classe politico-dirigente siciliana.

Come spiega il giornalista Pino Aprile (nel suo Terroni, ed. Piemme 2010): «È accaduto che i meridionali (nel caso nostro, i siciliani) abbiano fatto propri i pregiudizi di cui erano oggetto. E che, per un processo d’inversione della colpa, la vittima si sia addossata quella del carnefice. Succede quando il dolore della colpa che ci si attribuisce è più tollerabile del male subìto. Così, la resistenza all’oppressore, agli stupri, alla perdita dei beni, della vita, dell’identità, del proprio paese, è divenuta vergogna».

Verosimilmente, proprio per nascondere questa presunta “vergogna” abbiamo preferito studiare (leggasi: siamo stati costretti), la storia scritta dai vincitori – su manuali pubblicati altrove –, relegando la storia della nostra Isola  nel dimenticatoio, quasi come atto d’abiura identitaria.

Ebbene, la Sicilitudine ci spinge a guardarci “dentro” e a mettere la cultura storica siciliana a contatto con la cultura storica del mondo civile, dimostrando documentatamente che, nell’evoluzione storica dell’Europa la Sicilia è stata un modello per gli stati europei, con l’organizzazione normanna dello Stato, con l’esempio di Libertà del Vespro; e in tempi più recenti, anticipando il federalismo, con l’acquisizione pattizia dello Statuto Siciliano di Autonomia.

La Sicilitudine ci offre l’opportunità di rimuovere la damnatio memoriae, di cui siamo stati vittime, e di riappropriarci della verità storica – troppo spesso mistificata dalla storiografia “ufficiale, figlia faziosa dei poteri dominanti –, che malgrado tutto si è mantenuta, pur rimanendo per parecchio tempo in uno stato di oblio, grazie alla certosina opera di ricerca e di studio di pochi storici siciliani, innamorati della propria terra, e dell’orgoglio di essere siciliani.

La Sicilitudine ci racconta un’altra storia – “quasi inedita” ai più e soprattutto alle nuove generazioni –, quella di un popolo protagonista. Emerge, innanzitutto, il carattere particolare dell’Isola e la sua complessità territoriale, in cui il culturale ed il sociale si è intrecciato strettamente; ed inoltre, il ruolo politico chela Sicilia ha sempre continuato a rivendicare nel corso dei secoli sin dalla sua costituzione in “Regnum Siciliae”, non rinunciando mai a battersi per l’affermazione della propria sovranità.

Ci racconta del suo popolo che si è venuto formando nei suoi caratteri distintivi attraverso vicende storiche estremamente complesse, a volte contraddittorie; della grande importanza spesso determinante e decisiva che la Sicilia ha avuto nella storia della civiltà europea. Alle sue rive sono approdati popoli e civiltà di tre continenti – Europa, Asia, Africa – per rimanervi ed amalgamarsi. In essa, nei momenti più gloriosi, sono state create forme di vita politica, economica e spirituale, esemplari per tutto l’occidente. La storia stessa dell’Italia risulterebbe incomprensibile senza la storia della Sicilia.

Da questo difficile intreccio, da questa millenaria vicenda storica è nato il popolo siciliano e con esso gli ideali di Nazione, di Libertà e di Indipendenza, nei quali ha fortemente creduto e  per i quali in ogni tempo ha sempre combattuto (vedasi il Vespro del 1282, i moti antiborbonici dell’800…).

Per questi motivi, all’indomani dell’Unità d’Italia divampò forte il “sentimento nazionale” e la voglia d’indipendenza, dinnanzi al configurarsi di una “questione siciliana” entro, e talora contro, una più vasta questione meridionale. Si protestava sul modo in cui  era inteso il rapporto trala Sicilia e lo Stato Italiano che mirava a ridurre l’Isola a colonia “Piemontese”, in termini non diversi da quelli già sperimentati, altre volte, dal popolo siciliano.

A proposito del “sentimento nazionale”, Massimo Ganci, con autorevolezza definisce la “Sicilia una Nazione”, convinto che essa sempre lo sia stata, e definisce il popolo siciliano non un popolo vinto ma un popolo vincitore, poiché, in ogni epoca, ha sempre conservato la propria identità interagendo con le culture straniere in senso positivo. E «Se il significato del termine “Nazione” – osserva Ganci – consiste nella capacità di dare vita ad uno “stile proprio di vita” e a manifestazioni d’arte e di cultura che siano autenticamente se stesse, non vediamo come questa definizione non competa alla Sicilia».

Dopo il 1860, i siciliani abbandonarono subito le grandi speranze suscitate dalla “invasione” e dalla successiva e incondizionata annessione al Regno del Piemonte. Si accorsero, presto, che le speranze riposte nelle nuove etichette politiche si rivelavano per quelle che effettivamente erano, e cioè, etichette straniere nuove appiccicate ai soliti e vecchi vasi ed è di gattopardiana memoria l’acuta osservazione che in certi momenti storici è necessario che tutto cambi affinché tutto resti come prima. Invero, i siciliani non si rassegnarono facilmente al nuovo dispotismo di turno ed alla spoliazione operata dal Regio Governo di Casa Savoia, indebitato sino ai capelli a causa delle sue spericolate avventure di guerra, ed opposero una continua resistenza culminata nella rivolta di Palermo e di altri centri nel 1866, repressa nel sangue dalle soverchianti truppe del “Re Galantuomo”.

Fatta l’Italia il separatismo non scomparve del tutto. Certamente, il separatismo dell’ottocento ebbe motivi scatenanti diversi da quello del periodo 1943-45, ma possiamo riscontrare in entrambi elementi comuni di forte desiderio di sovranità e, quindi, di autodeterminazione. In effetti, se la Sicilia aveva accettato la soluzione unitaria, non per questo aveva inteso rinunciare alla sua autonomia.

Pertanto, i germi separatistici si sarebbero riacutizzati nel 1943, e mentre nell’Italia centro-settentrionale si formavano le brigate partigiane, i siciliani si accingevano a scrivere una nuova pagina della loro storia, favorendo il risorgere degli ideali indipendentisti e la nascita del Movimento per l’Indipendenza della Sicilia. Quest’ultimo, nonostante le forti contraddizioni interne dovute alla presenza di varie anime, determinò sicuramente, la promulgazione, da parte dello Stato Italiano,  dello Statuto di Autonomia Speciale alla Sicilia.

Concordi con lo storico Massimo Ganci, «Oggi si va verso una configurazione diversa dell’Europa, nella quale certi “Stati nazionali”, più o meno artificiosamente costituiti, dal punto di vista costituzionale ed amministrativo (e lo Stato “unitario” italiano è fra questi), tendono a sciogliersi nella più moderna realtà delle “aree regionali”… Non riusciamo, quindi, a comprendere certe reazioni “antisicilianistiche”, di siciliani, giunte al limite del grottesco e al fondo del più superficiale provincialismo. È ben provinciale, infatti, e frustrato, chi disprezza la propria gente, vergognandosi di farne parte, e chi disprezza la tradizione del proprio paese – qualcuno, infatti, afferma che non esiste una tradizione siciliana – certo che, per questo suo comportamento, il “settentrionale” che lo ascolta, lo distingua dalla “massa damnationis” sudista e lo salvi da essa. È ben provinciale e frustrato chi pensa ed agisce così. Ed anche illuso. Questo suo comportamento gli procaccia dal “settentrionale” – bene inteso da quello intelligente – ironia, compatimento, disprezzo».

Ci auguriamo che il presente blog possa essere un modestissimo contributo per quanti hanno desiderio di conoscere per riconoscersi, per superare melanconia e fatalismo che inducono, facilmente, al rifiuto della politica intesa come praxis, come strumento di trasformazione della realtà nei suoi aspetti regressivi.

E se è vero che un popolo senza memoria non ha futuro, la memoria serve per chi non sa e vuole invece sapere,  ma ugualmente  per chi  sa e vuole conservare o rinnovare il patrimonio di civiltà che le  generazioni precedenti ci hanno consegnato.

Diversamente – ha scritto Cesare Pavese –, «quando un popolo non ha più senso vitale del suo passato, si spegne. La vitalità creatrice è fatta di una riserva di passato. Si diventa creatori anche noi quando si ha un passato. La giovinezza dei popoli è una ricca vecchiaia».

Rimane sempre attuale il monito di Plino il Vecchio: «Turpe est in patria vivere et patriam ignorare». Usciamo dall’oblio, prima che sia troppo tardi!

Salvo Musumeci
Giornalista e storico della Sicilia
Università degli Studi di Camerino